Quattro capi attraversano 74 anni di storia, mentre tre protagoniste della musica li riportano nel presente davanti all’obiettivo di Gabriel Moses. Per Moncler, l’heritage non è nostalgia: è materiale da trasformare.
Una giacca progettata per raggiungere la vetta del K2, un piumino adottato dai Paninari nella Milano degli anni Ottanta, un gilet degli anni Novanta e un modello del 2009 diventato uno dei codici più riconoscibili del marchio. Nella collezione Moncler Re/Icons 2026, quattro capi provenienti da momenti molto diversi della storia del brand tornano insieme.
A indossarli nella campagna Pioneers in Moncler sono Cher, JENNIE e Grace Jones, fotografate e dirette da Gabriel Moses. Tre figure appartenenti a generazioni differenti, accomunate da una caratteristica che Moncler sceglie come filo conduttore del progetto: aver costruito un linguaggio personale prima ancora di diventare riconoscibili per un singolo look.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente il ritorno di alcuni bestseller. Riguarda il modo in cui un archivio può continuare a produrre immagini contemporanee senza trasformarsi in un museo.
Da una spedizione sul K2 alla città
La storia di Moncler comincia nel 1952 sulle Alpi francesi, inizialmente con attrezzature pensate per la montagna. Due anni più tardi arriva uno dei capi oggi recuperati da Re/Icons: il Karakorum, creato per Achille Compagnoni e Lino Lacedelli in occasione della spedizione italiana che portò alla prima conquista del K2 nel 1954.
Settantadue anni dopo, la funzione originaria resta leggibile ma cambia il modo di esprimerla. Il cotone grezzo del modello storico viene sostituito da un micro ripstop lucido; rimangono elementi come il cappuccio removibile e gli spallacci interni che permettono di portare la giacca quasi come uno zaino.
È il primo passaggio di una traiettoria che racconta bene Moncler: dalla necessità tecnica all’oggetto di moda.
Negli anni Ottanta, questa trasformazione diventa esplicitamente urbana con il Verone. A Milano, i Paninari adottano il piumino come parte di un guardaroba fatto di marchi riconoscibili, bar del centro e una precisa cultura giovanile. Un capo nato dal mondo della montagna diventa così uno dei simboli della città.
La versione 2026 alleggerisce la silhouette, introduce un fit più rilassato e un micro cotone dalla finitura opaca. Sulle tasche compaiono inoltre loghi metallici ispirati alle vecchie spille souvenir raccolte nelle località alpine: piccoli dettagli che riportano la montagna dentro un oggetto ormai pienamente metropolitano.
Quattro capi, quattro momenti della storia Moncler
Al Karakorum e al Verone si aggiungono Tibb e Himalaya.
Il Tibb nasce negli anni Novanta e diventa uno dei gilet imbottiti più riconoscibili di Moncler. Nella nuova interpretazione è reversibile e mette in relazione nylon e lana, accostando la matrice tecnica del capo a un materiale più tradizionale del guardaroba urbano.
L’Himalaya, invece, debutta nel 2009. La sua storia viene però collegata da Moncler alle spedizioni degli anni Cinquanta e alla figura dell’alpinista Lionel Terray, fra i primi a indossare i capi del marchio in alta quota. Il modello avrebbe poi contribuito allo sviluppo del Moncler Maya, diventato uno dei piumini più identificabili del brand.
Re/Icons 2026 lo riporta al presente attraverso un blend opaco di cotone e nylon, mantenendo dettagli come cappuccio con coulisse e tasca sulla manica. Anche qui i riferimenti alpini entrano nella decorazione attraverso elementi metallici ispirati alle spille vintage.
Non si tratta quindi di riprodurre gli originali. Proporzioni, materiali e dettagli cambiano, mentre vengono conservati gli elementi sufficienti a rendere riconoscibile il punto di partenza.
Cher, l’icona che ha fatto del cambiamento una costante
La scelta di Cher sembra quasi una dichiarazione programmatica.
In più di sei decenni di carriera ha attraversato musica, cinema, televisione e moda modificando ripetutamente la propria immagine. Moncler la descrive proprio attraverso questa capacità di superare generi e generazioni, facendone la figura più immediata per un progetto che cerca continuità attraverso la trasformazione.
Nelle immagini della campagna indossa l’Himalaya e il Verone. Un foulard giallo interrompe il bianco e nero e rimanda a uno degli abiti realizzati da Bob Mackie per The Cher Show. Anche nel film della campagna il gesto con cui Cher tira il foulard diventa una citazione del proprio archivio personale.
È un archivio dentro un altro archivio: Moncler recupera i suoi piumini, Cher recupera una propria immagine e Gabriel Moses li mette nello stesso fotogramma.
Il risultato racconta qualcosa che la moda conosce bene. Reinventarsi non significa necessariamente rimuovere ciò che è venuto prima. A volte significa trovare un modo diverso di portarlo.
Grace Jones: quando l’immagine diventa performance
Con Grace Jones, il rapporto tra moda e identità assume un’altra forma.
Nella sua carriera, corpo, styling, fotografia, musica e performance sono sempre stati difficili da separare. Le collaborazioni con creativi come Jean-Paul Goude hanno costruito immagini in cui il confine tra persona e personaggio si fa volutamente instabile.
Per Re/Icons, Jones compare anche in un Karakorum viola intenso, circondata da figure in completi scuri e occhiali da sole. Moncler la definisce contemporaneamente icona e iconoclasta, ricordando il modo in cui ha sfidato convenzioni legate a musica, moda, genere e rappresentazione.
Qui il piumino non funziona semplicemente come protezione o come status symbol. Diventa volume, postura, presenza scenica.
È forse la prova più evidente di quanto un capo nato per un contesto estremo possa cambiare significato: dalla parete di una montagna a una fotografia di moda, senza perdere completamente la propria forza originaria.
JENNIE e l’archivio nell’era della cultura globale
Il terzo volto è JENNIE.
Se Cher e Grace Jones portano nella campagna decenni di trasformazioni della cultura pop, la componente contemporanea passa dalla cantante delle BLACKPINK, che negli ultimi anni ha costruito un’identità capace di attraversare K-pop, moda e un pubblico globale.
Moncler la presenta come una figura che ha superato i confini del genere musicale da cui proviene, utilizzandola per raccontare una generazione in cui identità culturale, moda e musica circolano con una velocità diversa rispetto al passato.
Nella campagna indossa, tra gli altri, il Karakorum nero e il Tibb color caramello.
È un passaggio importante per comprendere Re/Icons. Un archivio continua a essere rilevante quando qualcuno che non ha vissuto il momento originale può appropriarsene senza doverne conoscere necessariamente tutta la storia.
Per chi incontra oggi il Karakorum attraverso JENNIE, il K2 del 1954 può diventare una scoperta successiva. La cronologia si ribalta: prima arriva l’immagine contemporanea, poi eventualmente il passato che contiene.
Gabriel Moses mette passato e presente nella stessa immagine
A tenere insieme le tre protagoniste è lo sguardo di Gabriel Moses, fotografo e filmmaker britannico che ha costruito una ricerca visiva tra moda, musica, sport e cultura contemporanea.
La campagna lavora sulla presenza fisica dei tre personaggi ma nasce anche dal confronto con le immagini d’archivio di Moncler. Rolling Stone individua proprio nelle fotografie storiche dell’alpinista Lionel Terray uno dei riferimenti visivi del progetto.
Questo rapporto tra fotografia storica e immagine contemporanea prosegue in The Alpine Diary, pubblicazione realizzata attorno alla collezione. Il libro assume il punto di vista immaginario di un esploratore degli anni Cinquanta e mescola pagine manoscritte, fotografie d’archivio in bianco e nero e immagini a colori di Re/Icons 2026.
L’archivio smette così di essere un semplice deposito di documentazione e diventa uno strumento narrativo.
Il piumino diventa un guardaroba
C’è infine una novità meno appariscente ma significativa. Per la prima volta, Re/Icons non si limita ai capispalla.
Attorno ai quattro modelli Moncler costruisce una selezione più ampia di ready-to-wear, con windbreaker, T-shirt, pantaloni, gonne e accessori che riprendono i codici alpini.
Significa trasformare quattro icone in un universo stilistico, anziché trattarle come pezzi isolati.
Anche questo dice qualcosa del modo contemporaneo di lavorare sull’heritage. Un archivio efficace non serve soltanto a celebrare anniversari: può fornire materiali, proporzioni, colori e storie da utilizzare per costruire ciò che viene dopo.
L’icona non resta ferma
Moncler ha presentato Re/Icons 2026 a Parigi, nello spazio Il Rifugio della boutique sugli Champs-Élysées, prima del lancio internazionale del 15 ottobre.
Ma il dato più interessante della collezione rimane la distanza percorsa dai suoi oggetti.
Il Karakorum nasce per un’impresa alpinistica nel 1954. Il Verone passa attraverso la Milano dei Paninari. Il Tibb entra nel guardaroba degli anni Novanta. L’Himalaya arriva nel nuovo millennio. Oggi tutti e quattro vengono indossati da tre donne che rappresentano momenti differenti della cultura pop globale.
Cher, JENNIE e Grace Jones non servono a rendere contemporaneo un archivio rimasto immobile. Mostrano piuttosto che un’icona resta tale proprio perché può cambiare contesto senza diventare irriconoscibile.
Settantquattro anni dopo la nascita di Moncler, forse è questa la parte più attuale di Re/Icons: non conservare il passato sotto vetro, ma continuare a metterlo alla prova.
