Dalle concerie alle vigne, dai distretti manifatturieri ai paesaggi attraversati dal fiume: in Toscana nasce il primo Water Resilience Lab di Kering. Un progetto che prova a trasformare la gestione dell’acqua in una responsabilità condivisa tra imprese, istituzioni e territorio.
Prima di diventare una borsa, una scarpa o un oggetto destinato a una boutique, il lusso dipende da qualcosa di molto meno visibile: un territorio capace di continuare a produrre, coltivare e vivere.
In Toscana questo significa anche acqua.
Il bacino dell’Arno attraversa alcune delle aree più importanti per la manifattura italiana, dai distretti della pelle alle produzioni tessili, passando per agricoltura, turismo e città d’arte. È qui che Kering ha avviato il suo primo Water Resilience Lab, una piattaforma pensata per affrontare insieme quattro problemi che difficilmente rispettano i confini di un singolo stabilimento: siccità, alluvioni, scarsità idrica e inquinamento.
Il progetto è stato presentato ufficialmente il 2 novembre 2026 a Palazzo Medici Riccardi, a Firenze, nel programma per il sessantesimo anniversario dell’alluvione del 1966. A promuoverlo sono Kering, Conservation International ed Etifor | Valuing Nature, insieme a una rete che comprende istituzioni pubbliche, imprese, università, comunità scientifica e mondo finanziario.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: non limitarsi a consumare meno acqua, ma contribuire nel tempo a rigenerare e reintegrare le risorse del bacino.

Perché proprio l’Arno
Per Kering, la Toscana non è un territorio qualsiasi.
Nel bacino dell’Arno si trovano molte delle concerie di proprietà del gruppo e dei suoi fornitori, insieme a imprese che lavorano per altri protagonisti della moda e del lusso. La stessa area ospita industrie appartenenti a settori molto diversi, oltre ad attività agricole, artigianali e turistiche. Per questo Kering l’ha inserita tra i bacini prioritari della propria strategia globale sull’acqua.
La relazione tra lusso e territorio diventa qui molto concreta.
La pelle, per esempio, non esiste come materia astratta. Deve essere lavorata, lavata, trattata e rifinita. Processi come tintura e concia richiedono acqua e possono incidere sulla sua qualità. Lo stesso vale, con modalità differenti, per fibre tessili e molte altre fasi della produzione fashion. Come ha ricordato Marie-Claire Daveu, Chief Sustainability and Institutional Affairs Officer di Kering, gran parte delle materie prime strategiche della moda dipende direttamente o indirettamente dall’acqua.
Proteggere un bacino idrografico significa quindi proteggere contemporaneamente ecosistemi, comunità e una parte della filiera produttiva.
Un fiume che conosce gli estremi
La presentazione del progetto arriva esattamente sessant’anni dopo uno degli eventi che hanno segnato la storia di Firenze.
Il 4 novembre 1966, l’Arno esondò sommergendo parte della città e danneggiando abitazioni, attività commerciali, archivi e un patrimonio artistico e librario di valore incalcolabile.
Ma il rischio idrico non appartiene soltanto alla memoria.
Nel 2023 le alluvioni che hanno colpito la Toscana hanno provocato danni stimati in 1,89 miliardi di euro. Secondo i dati citati da Kering, entro il 2030 la regione potrebbe inoltre affrontare più di 50 giorni all’anno di stress termico. Il bacino deve quindi prepararsi contemporaneamente a troppa acqua e a periodi in cui l’acqua può diventare insufficiente.
È uno dei paradossi della crisi climatica: parlare di resilienza idrica non significa semplicemente evitare la siccità.
Significa imparare a trattenere l’acqua quando arriva, ridurre i danni delle piogge estreme, migliorarne la qualità e conservarne abbastanza per i periodi più asciutti.
Il laboratorio non è un edificio
Il nome Water Resilience Lab potrebbe far pensare a un centro di ricerca con laboratori e ricercatori al lavoro sotto lo stesso tetto.
In realtà, il laboratorio è il territorio.
Il progetto funziona come una piattaforma nella quale soggetti che normalmente prendono decisioni separatamente — amministrazioni, aziende, scienziati, agricoltori, associazioni e investitori — provano a progettare interventi su scala di bacino. Etifor lo descrive come un sistema capace di allineare azioni, politiche e finanziamenti, utilizzando dati scientifici per stabilire le priorità.
È un cambio di prospettiva importante.
Una fabbrica può ridurre il proprio consumo d’acqua o proteggere meglio uno stabilimento dal rischio di alluvione. Ma se il fiume esonda diversi chilometri più a monte, oppure se l’intero bacino soffre una lunga siccità, le misure adottate dentro il perimetro aziendale possono non essere sufficienti.
Il Water Resilience Lab parte da questa interdipendenza.
Sei luoghi per cominciare
La prima roadmap ha individuato sei aree prioritarie nelle quali sono già stati avviati progetti di ripristino basati anche su soluzioni naturali.
Sono Villa Petriolo; l’area Ombrone-Bisenzio; Altopascio e il Lago di Sibolla; Pisa e il bacino dell’Era; Usciana e il fiume Pescia; Arezzo e la Val di Chiana.
I luoghi sono molto diversi tra loro ma condividono una caratteristica: acqua, attività economiche e paesaggio sono strettamente collegati.
Tra le azioni previste figurano bacini di ritenzione, interventi di riforestazione e progetti destinati a migliorare la capacità naturale del terreno di assorbire e trattenere l’acqua, rallentandone il deflusso durante le piogge intense e rendendola disponibile più a lungo.
È ciò che viene definito un approccio nature-based: invece di affidarsi esclusivamente a opere artificiali, si utilizzano anche boschi, suoli, zone umide e vegetazione come parte dell’infrastruttura di protezione.
Trattenere l’acqua prima che diventi un problema
Uno degli obiettivi più interessanti riguarda proprio la capacità del territorio di comportarsi come una spugna.
Secondo i dati riportati da T24 Economia, il piano complessivo sul bacino punta nel lungo periodo a creare condizioni capaci di trattenere fino a 48 milioni di metri cubi d’acqua, contribuendo a contenere i picchi di piena. Il Water Resilience Lab dovrebbe contribuire a una parte di questa sfida attraverso il proprio portafoglio di interventi.
Non significa costruire un unico grande invaso.
La logica è distribuita: tanti interventi più piccoli possono aumentare la capacità del paesaggio di rallentare, accumulare e restituire l’acqua.
In termini lifestyle, significa anche ripensare ciò che consideriamo un paesaggio “bello”. Un bosco ripristinato, una zona umida o un terreno agricolo gestito diversamente possono essere contemporaneamente spazi naturali e infrastrutture essenziali per la sicurezza di chi vive a valle.
Il lusso collabora con i concorrenti
C’è un altro elemento poco consueto.
Il progetto non riguarda soltanto Kering e le sue Maison.
Tra le realtà private che hanno aderito e contribuiscono al Lab ci sono anche LVMH e Burberry, insieme a Giardini di Toscana e Italpreziosi. Secondo T24 Economia, i primi finanziamenti raccolti ammontano a circa 1,5 milioni di euro, a fronte di sei progetti iniziali valutati complessivamente intorno ai 6 milioni.
Competitor nel mercato del lusso si ritrovano così sullo stesso bacino idrografico.
È una conseguenza quasi inevitabile della geografia. L’acqua utilizzata da un’azienda non appartiene a quella singola azienda e le conseguenze di un’alluvione non distinguono tra un fornitore di Gucci e uno che lavora per un altro marchio.
La sostenibilità, in questo caso, costringe la concorrenza a riconoscere un interesse comune.
Dal ridurre il danno al ripristinare
Il Water Resilience Lab è una delle componenti della Water Strategy di Kering, pubblicata nel 2025.
Il gruppo ha fissato l’obiettivo di ottenere impatti netti positivi misurabili sull’acqua in dieci bacini prioritari entro il 2035, per poi arrivare a un impatto net water positive lungo le aree critiche della propria catena del valore entro il 2050.
Per il bacino dell’Arno c’è anche un obiettivo più immediato: Kering punta a ridurre del 21% entro il 2030 i prelievi di acqua dolce sia nelle proprie attività dirette sia nelle attività a monte della filiera considerate nel target.
La differenza rispetto a molte strategie ambientali tradizionali sta però nel linguaggio.
Non basta più “fare meno danni”. Il concetto di water positive prevede che un’azienda provi a contribuire al ripristino delle risorse idriche e degli ecosistemi dai quali dipende.
È una promessa più complessa, e proprio per questo dovrà essere misurata nel tempo.

Dall’Arno ad altri nove bacini
La Toscana è il primo test di un progetto molto più grande.
Kering prevede dieci Water Resilience Lab in altrettanti bacini prioritari nel mondo. Secondo Vogue Business, le altre aree individuate si trovano tra Francia, Spagna, Turchia, Mongolia, India, Perù, Argentina, Sudafrica e Australia.
L’Arno deve quindi diventare anche un modello.
La domanda è se un sistema costruito attraverso istituzioni, aziende, comunità e investitori possa produrre risultati abbastanza concreti da essere replicato altrove, pur adattandosi ogni volta alle caratteristiche locali.
È forse questo il passaggio più ambizioso: le sfide sono globali, ma l’acqua rimane sempre profondamente locale.
Il territorio come parte del valore di un oggetto
Un capo di moda porta normalmente il nome della Maison che lo ha creato.
Molto meno visibili sono i luoghi che hanno reso possibile quella creazione: il distretto in cui una pelle è stata conciata, il fiume dal quale dipende un processo produttivo, il terreno che deve riuscire ad assorbire una pioggia intensa senza trasformarla in un’alluvione.
Il Water Resilience Lab rende evidente questa geografia nascosta.
La Toscana del lusso non è soltanto Firenze, le boutique o l’immaginario del Made in Italy. È anche Santa Croce sull’Arno, Prato, la Val di Chiana, i fiumi, le zone agricole e le comunità che mantengono vivi quei territori.
In questa prospettiva, proteggere l’acqua smette di essere una voce separata nella strategia ESG.
Diventa una condizione per continuare a produrre bellezza nello stesso luogo.
E forse è qui che il concetto contemporaneo di lusso incontra una responsabilità molto semplice: un territorio non può continuare a dare valore alle cose se, nel frattempo, perde la capacità di sostenere chi le produce.
