Mikel Arteta: la longevità comincia dalla routine

Il tecnico dell’Arsenal ha raccontato a GQ Italia come sta ripensando sonno, alimentazione, allenamento e tempi di recupero. Più che biohacking estremo, il suo approccio alla longevità parte da abitudini quotidiane e da una maggiore conoscenza del proprio corpo.

Mikel Arteta ha costruito la propria carriera sulla preparazione. Da calciatore prima, da allenatore poi, ha fatto dell’attenzione ai dettagli una parte del lavoro. A 44 anni, quella stessa logica sta entrando anche nella vita privata: capire meglio il proprio corpo, proteggere le energie e creare abitudini capaci di durare nel tempo.

In una recente intervista a GQ Italia, il tecnico dell’Arsenal ha raccontato la propria ricerca della longevità dopo essersi sottoposto a un test di sequenziamento dell’intero genoma con Bupa. Il punto interessante, però, arriva subito dopo la tecnologia. Una volta ottenuti i dati, Arteta torna infatti a strumenti molto più ordinari: dormire prima, allenare la forza, mangiare con maggiore attenzione, meditare, ridurre il caffè e trovare spazio per la famiglia.

La sua idea di benessere sembra quindi lontana dall’immaginario più spettacolare della longevity culture. Nessuna routine impossibile da replicare, almeno nella sua struttura generale. Piuttosto, una domanda su come organizzare meglio una vita molto intensa.

Quando il lavoro che ami occupa tutto lo spazio

Arteta individua proprio nella passione per il calcio il principale rischio per il proprio equilibrio. Il lavoro di un allenatore, spiega a GQ, potrebbe continuare senza una vera fine: c’è sempre una partita da rivedere, un reparto da migliorare, una conversazione da avere.

Il problema emerge quando quella disponibilità permanente comincia a sottrarre spazio al resto. Arteta racconta di accorgersene anche attraverso chi gli sta vicino, dalla moglie ai colleghi, oppure quando realizza di non aver parlato con i propri genitori per diversi giorni.

È una dinamica riconoscibile ben oltre lo sport professionistico. In molti lavori ad alta intensità, la difficoltà consiste meno nel trovare motivazione che nel decidere quando interrompere. Per Arteta, la longevità comincia anche da qui: preservare energie e relazioni invece di trattare ogni ora disponibile come un’altra ora di lavoro.

Come ha sintetizzato nell’intervista a GQ Italia: «Ci sono anche altre cose estremamente importanti nella mia vita».

Conoscere il proprio corpo prima di intervenire

La parte più tecnologica del percorso riguarda il test genomico effettuato con Bupa.

Arteta aveva già un rapporto particolare con il tema della prevenzione. Nato con una patologia cardiaca, a due anni fu sottoposto a un intervento a cuore aperto; secondo Bupa, quell’esperienza ha contribuito a formare il suo interesse per un approccio proattivo alla salute.

Il sequenziamento ha analizzato possibili predisposizioni genetiche e informazioni sulla risposta dell’organismo ad alcuni medicinali. Nel suo caso sono emerse varianti associate a un rischio genetico maggiore di celiachia e intolleranza al lattosio, oltre a indicazioni farmacogenomiche potenzialmente utili in futuro. Bupa precisa che questi risultati vengono interpretati con supporto clinico e non equivalgono, da soli, a una diagnosi.

Per Arteta il valore è soprattutto pratico: avere informazioni sulle quali ragionare prima che si presenti necessariamente un problema.

A GQ Italia racconta infatti che l’età gli ha fatto percepire alcuni cambiamenti fisici e che il suo interesse nasce dal desiderio di capire quali aspetti possano ancora essere influenzati attraverso le proprie scelte.

Alle 22 a letto, alle 5 in piedi

La modifica più evidente riguarda il sonno.

Arteta racconta di andare ora a letto intorno alle 22 e di svegliarsi alle 5 del mattino. Le prime ore della giornata sono diventate una sorta di spazio protetto. Nei primi venti o trenta minuti scrive, approfittando di quello che descrive come il momento di maggiore chiarezza mentale. Poi arriva il tragitto verso il centro sportivo, utilizzato a seconda dei giorni per ascoltare un podcast, restare in silenzio o parlare con la famiglia.

Tra le 6:15 e le 6:30 è già al club. Prima dell’arrivo dei giocatori organizza il lavoro, accende alcune candele e utilizza circa un’ora e mezza per le attività che richiedono maggiore concentrazione.

La particolarità non sta tanto nell’orario estremo della sveglia, che resta legato alle esigenze della sua professione, quanto nella protezione di una fascia della giornata. Il tempo migliore non viene lasciato alle notifiche o alle urgenze: viene destinato deliberatamente alle attività che richiedono lucidità.

Quaranta minuti di forza

Essere diventato allenatore non ha portato Arteta ad abbandonare l’attività fisica.

La sua routine attuale comprende un circuito di forza di circa 40 minuti, modificato di giorno in giorno, al quale aggiunge lavoro cardiovascolare. Una parte dell’allenamento viene svolta insieme agli altri tecnici e ad alcuni componenti dello staff dell’Arsenal.

L’aspetto sociale conta quasi quanto quello fisico. Arteta descrive infatti queste sessioni come un ulteriore momento di connessione tra le persone che lavorano quotidianamente nel club.

È un dettaglio che rende il suo approccio alla longevità meno individualista di quanto potrebbe suggerire un test del DNA. Il benessere entra nella routine collettiva: ci si allena insieme, si condividono abitudini e, almeno in parte, si protegge la salute all’interno della giornata lavorativa anziché relegarla al tempo che resta.

Venti minuti per fermarsi

Il recupero entra anche nel centro della giornata.

Quando ne sente il bisogno, Arteta utilizza brevi sonnellini o circa venti minuti di meditazione. Nell’intervista racconta di considerare quel momento una vera pausa di reset, spesso collocata nel primo pomeriggio.

A GQ España ha spiegato più nel dettaglio che, dopo pranzo, prova a riservarsi circa mezz’ora tra meditazione e un breve ciclo di sonno, seguendo anche le indicazioni di una specialista del sonno inserita nello staff del club.

Anche qui il principio è semplice: recuperare prima di arrivare completamente scarichi. In una cultura lavorativa che tende spesso a considerare la pausa come tempo perso, Arteta la tratta invece come parte della prestazione.

Anche la cena deve cambiare orario

Il rapporto con l’alimentazione è forse la parte più personale.

Arteta è basco e racconta a GQ quanto il cibo sia centrale nella cultura in cui è cresciuto: pasti condivisi, tapas, pane, latte, yogurt, pasta e cene che possono facilmente cominciare alle nove e mezza o alle dieci di sera.

Le indicazioni ricevute dopo gli esami lo hanno spinto a osservare queste abitudini con maggiore attenzione, in particolare per quanto riguarda glutine e latticini. Bupa parla di predisposizioni genetiche che Arteta potrà discutere con i medici; GQ racconta i primi aggiustamenti della sua alimentazione.

Anche il caffè è diminuito: dalle quattro o cinque tazze che poteva bere in passato è passato a circa due al giorno.

La trasformazione non viene descritta come rinuncia al piacere del cibo. Assomiglia piuttosto a una negoziazione tra cultura personale, gusto e ciò che il corpo sembra richiedere in una fase diversa della vita.

Longevità senza ossessione

Negli ultimi anni la longevità è diventata una delle grandi parole del wellness. Test, integratori, wearable, crioterapia e protocolli sempre più sofisticati hanno trasformato il desiderio di invecchiare bene in un settore culturale ed economico.

La routine di Arteta contiene alcune componenti appartenenti a questo mondo — genomica, sauna, infrarossi — ma il cuore del suo racconto a GQ resta sorprendentemente quotidiano. Dormire, muoversi, mangiare con consapevolezza, fermarsi quando serve, conservare relazioni al di fuori del lavoro.

Arteta stesso insiste soprattutto su questo livello. Parlare pubblicamente della propria esperienza, spiega, può essere utile perché molte delle azioni capaci di migliorare la salute quotidiana sono semplici.

La genomica gli offre informazioni molto personali e richiede naturalmente un’interpretazione medica. La parte universalmente interessante della sua storia viene dopo: conoscere meglio i propri limiti per organizzare diversamente il tempo.

Per un allenatore abituato a cercare margini di miglioramento in ogni dettaglio, anche la longevità finisce così per assomigliare a una strategia. Con una differenza importante: la partita, questa volta, non si misura in novanta minuti.

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