Nel 1966 Giorgetto Giugiaro disegna per Ghia una coupé dal cofano lunghissimo, fari a scomparsa e coda fastback. Sessant’anni dopo, una rara Ghibli SS del 1970 custodita dalla famiglia Maserati racconta perché quella silhouette continua a essere un riferimento del Gran Turismo italiano.
Ci sono automobili che appartengono soprattutto alla propria epoca e altre che, a distanza di decenni, sembrano ancora perfettamente leggibili.
La Maserati Ghibli debutta il 3 novembre 1966 al Salone dell’Automobile di Torino. È bassa, affilata, costruita intorno a un cofano molto lungo e a un abitacolo arretrato. I fari scompaiono nella carrozzeria quando non servono, mentre il tetto scende verso una coda fastback pulita, quasi priva di decorazioni superflue. A disegnarla è un Giorgetto Giugiaro che non ha ancora trent’anni e lavora per la Carrozzeria Ghia.
Sessant’anni dopo, Maserati celebra quell’esordio attraverso una vettura che concentra in sé una parte importante della storia del modello: una Ghibli SS Coupé del 1970 appartenente alla famiglia Maserati, recentemente certificata dal programma Maserati Classiche.
Non è semplicemente una macchina d’epoca conservata con cura. È un oggetto che permette di capire come, nel momento più creativo del design automobilistico italiano, prestazioni, proporzioni e stile potessero diventare parti della stessa idea.

Il segno di Giugiaro
Quando nasce la Ghibli, il mercato delle grandi sportive italiane è uno dei territori più competitivi dell’automobile europea.
Giugiaro sceglie di non appesantire il progetto. Il profilo laterale è costruito intorno a pochi gesti: cofano lungo e ribassato, parabrezza fortemente inclinato, abitacolo compatto e coda rastremata. Sul frontale, i fari a scomparsa permettono di mantenere la linea molto bassa quando sono chiusi.
Maserati ricorda ancora oggi la prima Ghibli come uno dei capolavori di Giugiaro. La vettura era stata inizialmente immaginata come biposto, ma la versione di produzione adottò una configurazione 2+2, cercando di mantenere insieme il carattere di una sportiva e la vocazione al viaggio propria di una Gran Turismo.
È proprio questa combinazione a renderla interessante oltre i numeri.
La Ghibli non nasce come automobile da circuito trasferita a fatica sulla strada. Deve essere veloce, ma anche permettere di attraversare lunghe distanze con bagagli, pelle nell’abitacolo e un livello di comfort adeguato al suo posizionamento.
La sportività, in questo caso, non rinuncia all’eleganza.
Un cofano così basso grazie alla meccanica
La silhouette non è soltanto un esercizio estetico.
Sotto il cofano trova posto un V8 a 90 gradi di derivazione sportiva, dotato di lubrificazione a carter secco. Questa soluzione consente di collocare il motore particolarmente in basso, contribuendo direttamente alle proporzioni della carrozzeria.
È uno di quei casi in cui ingegneria e design smettono di essere due capitoli separati.
Il cofano basso che oggi identifichiamo immediatamente con la Ghibli è possibile anche perché ciò che si trova sotto è stato pensato per occupare meno spazio verticale.
La prima versione utilizza un V8 da 4,7 litri. Con la Ghibli SS, la cilindrata sale a 4,9 litri e la potenza raggiunge i 335 CV a 5.500 giri. La scheda storica Maserati indica per la SS una velocità massima fino a 285 km/h; per l’esemplare del 1970 protagonista delle celebrazioni la Casa indica 280 km/h, con cambio manuale ZF a cinque rapporti.
Numeri che, all’inizio degli anni Settanta, collocavano la Ghibli tra le automobili stradali più veloci del suo tempo.
La Ghibli SS del 1970 custodita dalla famiglia Maserati
L’esemplare scelto per il sessantesimo anniversario ha una storia particolarmente personale.
La vettura, telaio AM115/491948, è stata prodotta il 25 novembre 1970 per il mercato italiano. Oggi presenta una carrozzeria Giallo Fly, ma uscì originariamente dalla fabbrica nel colore Oro Longchamps. Gli interni in pelle nera sono invece quelli originali.
Sotto il cofano conserva il V8 4,9 litri alimentato a carburatori e abbinato al cambio manuale ZF a cinque marce.
Il valore dell’auto, però, non sta soltanto nella sua configurazione.
Appartiene alla famiglia Maserati, creando un collegamento diretto tra l’automobile e le persone che portano il nome dei fondatori del marchio. Per celebrare il sessantesimo anniversario, la vettura è stata sottoposta al processo di certificazione di Maserati Classiche.
La storia dell’oggetto entra così nella storia familiare.
Che cosa significa certificare un’auto storica
Nel collezionismo automobilistico, l’età da sola non basta.
La provenienza, la corrispondenza tra componenti e configurazione originale, i documenti e le trasformazioni avvenute nel corso degli anni contribuiscono a definire l’identità di una vettura tanto quanto il modello a cui appartiene.
Il programma Maserati Classiche, nato a Modena nel 2021 e oggi inserito nel progetto BOTTEGAFUORISERIE, verifica proprio questi elementi. La Certificazione di Autenticità è affidata a un comitato di esperti che confronta caratteristiche tecniche, documentazione storica e archivi della Casa. Il programma è rivolto ai modelli con oltre vent’anni, oltre alle serie speciali e limitate.
È una forma di conservazione molto diversa da quella museale.
L’automobile resta un oggetto progettato per muoversi, ma la sua storia viene ricostruita e documentata per evitare che, con il passare dei decenni, autenticità e provenienza diventino difficili da distinguere.
In un mercato nel quale le grandi classiche sono ormai anche beni da collezione, sapere che cosa si sta guardando diventa parte del valore stesso dell’oggetto.
425 Ghibli SS Coupé
La rarità contribuisce naturalmente al fascino.
Secondo gli archivi storici Maserati, furono costruite 779 Ghibli Coupé con motore 4,7 litri e 425 Ghibli SS Coupé da 4,9 litri. La versione aperta fu ancora più rara: la Ghibli Spyder venne prodotta complessivamente in poco più di cento esemplari nelle differenti configurazioni.
La Ghibli riuscì comunque a superare rapidamente i confini italiani.
Maserati racconta che persino Henry Ford II ne acquistò una e la fece esporre al Product Development Center di Ford a Detroit affinché potesse essere osservata dai designer dell’azienda.
Un’automobile italiana diventava così riferimento estetico dall’altra parte dell’Atlantico.

Ghibli, il nome di un vento
Anche il nome appartiene all’immaginario Maserati.
Ghibli è il vento caldo del deserto nordafricano e prosegue la tradizione del Tridente di utilizzare nomi di venti per alcune delle proprie automobili. Prima erano arrivati Mistral e Sebring; negli anni successivi sarebbero comparsi altri nomi legati allo stesso universo.
La scelta si adatta particolarmente bene a una carrozzeria che sembra costruita intorno all’idea del movimento anche da ferma.
È un dettaglio di branding, ma anche un esempio di quanto le automobili di quell’epoca venissero pensate come oggetti dotati di una personalità completa: nome, linea, suono e prestazioni dovevano appartenere allo stesso racconto.
Sessant’anni dopo, perché funziona ancora
Le automobili sono tra gli oggetti industriali che invecchiano più velocemente.
Normative, tecnologie, sicurezza e abitudini d’uso rendono evidente la distanza tra una vettura contemporanea e una costruita sessant’anni fa. Eppure alcune forme riescono a sopravvivere alla propria tecnica.
La Ghibli è una di queste.
Non perché potrebbe essere progettata oggi esattamente allo stesso modo, ma perché le sue proporzioni continuano a essere comprensibili: un cofano lungo, un tetto basso, poche linee e nessun elemento che sembri aggiunto soltanto per attirare l’attenzione.
Anche Maserati individua un collegamento ideale con l’attuale GranTurismo. Le due automobili appartengono a periodi e tecnologie completamente differenti — oggi anche elettriche — ma condividono l’idea di una vettura ad alte prestazioni pensata per affrontare lunghe distanze senza sacrificare comfort e stile.
È probabilmente questo, più dei fari a scomparsa o del V8, il tratto che ha permesso alla Ghibli di diventare un’icona.
Non rappresenta soltanto una certa idea di automobile sportiva.
Rappresenta un modo molto italiano di immaginare il viaggio: abbastanza veloce da emozionare, abbastanza elegante da non avere bisogno di mostrarlo continuamente.
Sessant’anni dopo Torino, quella linea continua a raccontarlo.
